Note per un collasso mentale.

A cura di Chiara Zocchi. GQ.com. Dicembre 2011

 

 

Travis

Talbot

Talbert…

Ah,

allora non sono io ad avere una memoria a troppo-breve termine.

Ma davvero il nome del protagonista non era sempre lo stesso,

in quel romanzo di Ballard che questo spettacolo usa come sua sceneggiatura, e cioè “Mostra delle atrocità”, il cui protagonista cambia appunto nome, nel corso del suo divenire.

E fa bene.

Il nome è una prigione acustica che ci obbliga a girarci ad ascoltare in corrispondenza di un suono. E che rende troppo addomesticati per poterlo accettare s-pensieratamente.

Il colpo di scena visivo sono sicuramente le maschere fatte di capelli create da Giovanni de Francesco. E’ bello che i capelli si prolunghino sulle fisionomie, cancellandole come fossero un velo cui nessuno potrà attribuire dei significati retorici.

Lo ammetto, temevo di andare al solito spettacolo “geniale” in cui parole urlate si alternano a silenzi angoscianti.

Un timore sbagliato.

Qui: più voci si alternavano all’interno della stessa bocca, talvolta facendo scattare dei movimenti da marionetta, talvolta evocando la malattia umana in cui siamo immersi. Voci che facevano di tutto per assentarsi dalle persone da cui provenivano, per essere solo testo, solo “significanti”.

Quindi è valsa assolutamente la pena l’aver tentato di arrivare all’entrata dello Spazio Tertulliano, che non brilla certo per “trovabilità”. E ha inoltre lo svantaggio di trovarsi a due passi dal circo Togni, che si fa vedere talmente bene prima di esso, da costituire una tentazione per chiunque saprebbe guardarlo in bianco e nero, rendendolo film.

Ma ho resistito anche alla tentazione surreale del circo, per entrare in quella piccola platea a luci rosse. Piacevolmente accecata prima dell’inizio, ho vissuto l’ingresso del pubblico come un pre-spettacolo di personaggi meravigliosi.

In scena una chitarrista (Alessandra Novaga),

due attori (Andrea Barettoni e Francesca Frigoli),

uno schermo scultoreo,

sul quale alcuni micro-video si alternavano alla sua forma muta,

ed una voce, che leggeva come se dicesse (Nicola Stravalaci).

Dietro le quinte,

la grazia assoluta di Francesca Marianna, scrittrice e visionaria..

E poi Giovanni Isgrò, con il suo audio-lavoro fatto di noise e manipolazioni raffinatissime.

E poi e poi la fondamentale presenza di Antonio Caronia, traduttore di questo testo di Ballard, nonché molto altro (vedi wiki).

Alla regia, ultimo tra i “nascosti”, ma primo tra coloro che devono essere evocati, Giuseppe Isgrò.

Anche se lo spettacolo non è opera di un “uno”, ma frutto del lavoro di un gruppo che si chiama “Phoebe Zeitgeist”, letteralmente “spirito del tempo”.

Nome che si ispira ad un personaggio femminile creato dal disegnatore Frank Springer.